Chiesa rupestre

Cripta del Peccato Originale

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La cripta è ubicata a 14 chilometri dalla città di Matera, raggiungibile percorrendola SS 7 in direzione Potenza, per poi a 7 km uscire e seguire le indicazioni per l’Azienda Agricola-Vitivinicola Dragone. Raggiunta l’azienda, la cripta è ubicata a poche centinaia di metri sul costone della Gravina di Picciano, prendendo come riferimento il ponte della ferrovia. La cripta è stata “scoperta” da alcuni membri del Circolo Culturale “La Scaletta” di Matera, nel maggio 1964, durante una campagna di catalogazione del patrimonio rupestre dell’area, denominandola Cripta del Peccato Originale per la presenza di una parete affrescata riproducente il ciclo vetero-testamentario. Prima di questa scoperta la cripta era conosciuta sotto il titolo di “Grotta dei Cento Santi”, per la presenza di tanti santi affrescati sulle pareti, come ricordato dalla popolazione locale e come riferisce l’archeologo Domenico Ridola. Inizialmente è stata considerata chiesa di un complesso monastico cenobitico che occupava le grotte presenti sul versante opposto della Gravina. Tale tesi non può essere presa in considerazione, per mancanza di dati, mentre l’idea che fosse invece la chiesa di un casale presente sul sovrastante pianoro è plausibile; infatti, nel vigneto sono state rinvenute ceramiche di epoca medievale medievale, nonché di età classica ed ellenistica. Alla chiesa si accede attraverso una piccola gradinata, che ci porta davanti ad un ingresso dotato di cancello, il tutto recuperato con l’ultimo intervento di restauro promosso dalla Fondazione Zétema. Varcata la soglia d’ingresso, si è all’interno di una piccola grotta dalla quale si accede alla cripta attraverso una scala. Sul piano di calpestio, tanti fori, ricordano la presenza del mare in epoche oramai remote, così come i tanti fossili presenti nella roccia della grotta. All’interno la chiesa è a pianta rettangolare, ad unica navata; a scandire la parete tre absidi, di cui quella di sinistra di dimensioni maggiori rispetto alle altre. Sulla parete di destra e nella parete centrale che contiene le absidi si spiega l’intero ciclo affrescato: nella prima è rappresentatala Genesi. Le scene sono inserite in un grande pannello con sfondo chiaro, dove campeggiano essenze vegetali fiorite, dai petali rossi, racchiuse in una cornice a bande scure su cui sono poste pietre preziose. Sono sei gli episodi biblici rappresentati, separati dalla palma e dall’albero nudo della tentazione. Il primo episodio riguarda la creazione della luce: Dio, con volto giovane e con lunga tunica decorata da clavi e galloni gialli, con la mano destra benedice una figura femminile posta in posizione frontale, con le braccia sollevate, riccamente abbigliata. Esplicita la scena un’epigrafe latina. Il secondo episodio rappresenta la creazione delle tenebre, dove la figura di Dio è molto simile alla precedente, mentre le tenebre sono rappresentate da una figura maschile in posizione frontale, con mani e piedi legati da legacci. Anche qui l’epigrafe esplicita la scena. Subito dopo è posta la palma ad indicare il paradiso e a seguire l’episodio della Creazione dell’uomo. Al fianco di Dio la figura di Adamo, probabilmente addormentato vista la posizione passiva delle mani. A seguire, l’episodio della creazione della donna: in alto la mano di Dio benedicente e Adamo nudo, dal cui costato fuoriesce una nuda Eva. L’episodio successivo rappresenta la tentazione di Eva davanti all’albero spoglio, dal quale un serpente attorcigliato al tronco, rivolge le fauci alla donna che è nell’atto di mangiare il frutto e con l’altra mano copre il pube, per vergogna. Nell’ultimo episodio, Adamo, con la destra prende il frutto da Eva, mentre con la mano sinistra anche lui copre il pube. Tutti gli episodi sono corredati da epigrafi esplicative in latino.
Nell’abside di destra la triarchia angelica: San Michele al centro, veste una tunica color cenere e mantello rosso, con la mano destra benedice mentre con la sinistra regge uno scettro; accanto San Gabriele, veste un abbigliamento simile a Michele, nella mano destra reca una croce decorata alle estremità, mentre nella sinistra regge il globo in due colori, bianco e nero; in ultimo Raffaele reca in mano gli stessi simboli di Gabriele, con capelli ricci, avvolti da un nimbo giallo. Nell’abside centrale la Madonna con Bambino definita la “Basilissa”, dato l’abito imperiale riccamente decorato con perline e preziosi galloni, il diadema a tre punte come copricapo, posta tra due sante in atteggiamento di “proschinesis” (dal greco προσκύνησις, da προσκυνέω, ovvero “prostrarsi davanti qualcuno in segno di rispetto o devozione), anch’esse con tunica e dalmatica, rivolgono le braccia alla Vergine. Nell’abside di sinistra la triarchia apostolica: S. Pietro al centro, avvolto in un mantello rosso con tunica di colore azzurro-cenere, con la mano destra benedice, mentre nell’altra le chiavi incrociate a formare il suo nome; S. Giovanni Evangelista, raffigurato imberbe, con il cartiglio in mano, veste una tunica celeste coperta da un mantello chiaro. Di S. Andrea è visibile solo la testa, con capelli ricci e un po’ di barba. Di fianco, in basso, la scena di un diacono, vestito con tunica e mantello, nell’atto di versare acqua sulle mani di un vescovo, con tunica bianca e pallio decorato con motivi geometrici, probabilmente con la tonsura. Il ciclo pittorico è ritenuto il più antico ed interessante dell’intero territorio apulo-lucano. Gli affreschi sono datati seconda metà dell’VIII sec., realizzati da una mano latina, proveniente dall’area campana, anche se la datazione ritrova discordanti alcuni storici: il Rizzi la definisce “un notevole esemplare latino di eccezionale decorazione carolingia” databile al IX sec.; il Guillon ritiene il ciclo affrescato nel XI sec. ad opera di maestranze provenienti dall’area campana; anche il Pace data gli affreschi al XI sec. mettendo in evidenza le analogie con la cripta di S. Vincenzo al Volturno. Più incisiva l’analisi fatta dalla Grelle-Iusco che ritiene l’opera realizzata da un artista che conosce la liturgia bizantina che però viene trasfigurata in un “sermo vulgaris denso di laicità ed espressionismo occidentale”, databile alla seconda metà del IX sec. con riferimento ad affreschi di S. Sofia di Benevento e/o a S. Vincenzo al Volturno. Interessante anche le considerazioni fatte dalla Soprintendenza che ritiene gli affreschi come copie riprese dagli “Exultet” o dai codici miniati custoditi nei vari monasteri meridionali, di notevole influsso carolingio ed ottoniano, databili al sec. X. Oggi, grazie all’intervento di restauro, è possibile ammirare la bellezza dei circa40 m²di affreschi.

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